2.6.12

La poesia (di Octavio Paz)

La poesìa,
puente colgante entre historia y verdad,
no es camino hacia esto o aquello:
es ver
la quietud en el movimiento.
el transito
en la quietud.

La poesia,
ponte sospeso tra storia e verità,
non è cammino verso questo o quello:
è vedere
la quiete nel movimento,
il transito
nella quiete. 

Da Il fuoco di ogni giorno, Garzanti, 1993

Stomaco di struzzo. Pronti per l'incubo (di Barracco e Miracco)

Per qualche tempo nei primi anni Ottanta Barracco e Miracco curarono per “il manifesto” una rubrica gastronomica intitolata Stomaco di struzzo. Quello qui “postato” ne è un campione significativo. Sul ritaglio non trovo indicazioni, ma l’anno potrebbe essere il 1984. (S.L.L.)
Pomodori fritti. Tagliare i pomodori in rondelle ed immergerli in una padella con olio bollente. Rosolarli da entrambe le parti e poi condirli con sale pepe ed un pizzico di orìgano.
Volendo, quando i pomodori sono quasi rosolati, sì possono aggiungere delle uova nell'olio e farli cuocere per 4 minuti.
Spaghetti all'insalata di pomodoro. Celeberrimo trionfo delle notti d'estate. Scegliere pomodori piccoli, lunghi o tondi, ben maturi. Tagliarli. Passarli in un piattone dove andranno poi gli spaghetti.
Strofinare intorno alle pareti vari spicchi d'aglio, schiacciandoli. Aggiungere abbondante olio d'oliva, origano, molto basilico. Mescolare il tutto, poi aggiungere i pomodori tagliati almeno 10 minuti prima di cuocere la pasta ed infine gli spaghetti caldi dopo averli scolati.

Picchiatori fascisti (di Miguel Gotor)

Il testo che segue, degli inizi del 2009, recensisce il libro autobiografico di Giulio Salierno, scomparso nel 2006, che era stato appena repubblicato. Salierno, picchiatore fascista in gioventù e a lungo galeotto,  studiò sociologia e la insegnò nelle Università di Sassari e Teramo. Marxista critico fu direttore di un'importante ricerca sulle popolazioni del Sahel per conto dell'Eni e si occupò con continuità della realtà carceraria e dell'emarginazione. (S.L.L.)
I libri, come certi amori, a volte ritornano.
E' questo il caso dell'Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno, un successo editoriale quando fu pubblicato nel 1976 per i tipi Einaudi, oggi riproposto dalla Minimum fax (249 pagine, 14 euro) con una prefazione di Sergio Luzzatto e una nota della figlia dell'autore Simona. Un libro postumo due volte: Salierno è morto nel 2006 e la storia che racconta è ormai lontanissima da noi, eppure, a distanza di oltre 30 anni, si rinnovano le ragioni del suo interesse.
Quando il volume uscì, fu la vicenda dell'autore ad attrarre l'attenzione del pubblico. All'inizio degli anni Cinquanta, Salierno era stato un giovane dirigente missino della sezione romana di Colle Oppio, che aveva contribuito a trasformare nella più importante d'Italia. Nel 1953 progettò di assassinare l'ex partigiano Walter Audisio, l'uccisore di Mussolini, ma alla vigilia dell'agognata vendetta ammazzò un ragazzo a cui voleva rubare la macchina necessaria per l'attentato. Denunciato da una lettera anonima forse proveniente dall'interno del Msi, fuggì dall'Italia per arruolarsi nella Legione straniera, ma fu arrestato e condannato a 30 anni di carcere. Nel 1968, dopo l'intervento di Umberto Terracini, ottenne la grazia. Nel frattempo aveva abiurato il fascismo e si era convertito al marxismo critico della nuova sinistra, scoprendo lo studio e trasformandosi in un sociologo di successo. Un boccone troppo ghiotto per sfuggire alla propaganda comunista, ma anche un modello di reinserimento sociale che non aveva voluto abbandonare il mondo dell'emarginazione a cui avrebbe dedicato il secondo tempo della sua vita. Quel percorso di redenzione, infatti, lo condusse ad attraversare il girone dantesco degli ultimi (tossicodipendenti, pazzi, prostitute, emigrati, ergastolani), armato non più di martelli e spranghe, ma dei pensieri e delle categorie di Foucault e Gramsci. Dal superomismo del giustiziere fascista al dramma del giustiziato vittima delle strutture classiste della società, comunque fedele a un ribellismo anti-sistema per cui aveva ondeggiato dall'estrema destra all'estrema sinistra, restando sempre un radicale.
Oggi la storia dell'ex picchiatore Salierno non interessa perchè racconta una conversione che si vorrebbe esemplare, tutta incentrata su una dialettica tra espiazione e riscatto; oggi che i fascisti non sono più delle carogne da ricacciare nelle fogne e il sol dell'avvenire è tramontato dietro le nostre esili spalle. Malgrado ciò il libro rimane un documento prezioso nel suo genere. Anzitutto, perché costituisce un viaggio nella militanza missina (luoghi, persone, parole d'ordine, simboli) raccontata senza acrimonia o soverchi rancori, ma con un certo gusto sociologico per l'obiettività. Ci si ritrova il mondo degli sconfitti del '45: chi scelse il fascismo quando il fascismo non c'era più, ma Mussolini viveva ancora, ben oltre la parentesi in cui i benpensanti l'avrebbero voluto concludere. Un territorio umbratile e cameratesco, percorso da un'urgenza esistenziale tanto distante dalle piazze virtuali e asettiche degli amici di Facebook di oggidì. Un libro che sembra un fossile in grado di restituire uno spaccato della storia del Msi nel triennio 1950-53, gli anni dell'emarginazione di Almirante, dell'affermazione della destra in doppiopetto e dei feroci scontri interni con un oltranzismo di sinistra, legato alla socializzazione, e un oltranzismo di destra, l'ala spiritualista incarnata da Julius Evola e diretta da Pino Rauti. Due oltranzismi fra loro conflittuali, animati da un antisemitismo viscerale e attraversati da una lucida ossessione nei riguardi di un nemico multiforme: i comunisti, il gregge democratico, l'America. Certo, à la memoria di un testimone e non un documento di storia, ma chi vorrà studiare la strategia della tensione in Italia tornerà a leggere con interesse i vividi ritratti di Junio Borghese e di Evola, o il resoconto dell'intervento di un giovane Rauti nella sezione di Colle Oppio alla vigilia delle elezioni del '53, che, in base al racconto di Salierno, auspicava una serie di attentati nelle piazze, nei magazzini, nelle linee ferroviarie per creare le condizioni di un golpe fascista. Quel Rauti, oggi ottuagenario, rinviato a giudizio per concorso nella strage di Piazza della Loggia del 1974. Il libro si trasforma in una rara testimonianza che scopre le radici dell'oltranzismo neo-fascista, una realtà multiforme e ambigua che è vissuta dentro e fuori il Msi, un partito ove si è combattuta una dura battaglia per emarginare, contenere, gestire quell'area gravida di drammatiche conseguenze per la storia d'Italia. Sarebbe ora che quanti oggi sono al governo del nostro paese e in gioventù hanno militato nel Msi affrontino questo passato con un atto di coraggio e senza reticenze. Si preferisce, invece, un velo di rimozione, una strabica indulgenza, un impasto di vittimismo e di orgoglioso autocompiacimento, un indistinto senso della comunità che alimenta la duplice retorica della «guerra civile» e dei «cuori neri». E così Salierno ci restituisce un album di famiglia, che nessuno però vuole sfogliare.

"La Stampa", 5 gennaio 2009 

Nietzsche – Salomé – Rée: un triangolo fin de siècle (di Gianni Manzella)

Non è bella, la giovane russa. Una ragazzetta minuta e bionda, dal viso piccolo con gli occhi infossati e il naso schiacciato. Solo la bocca grande, sensuale, evoca la fervida e imperiosa femminilità riconosciuta dai tanti ammiratori. Non è bella ma per diventare attraente ha coltivato la sua intelligenza, dice una perfida lettera di Nietzsche. La lettera però è falsa. L'ha scritta Elisabeth, la sorella del filosofo; detesta con tutta la forza disperata del suo patetico filisteismo la donna che ha soggiogato il suo Fritz. Nelle fotografie di quegli anni, i primi anni ottanta, Lou indossa un castissimo abito nero chiuso fino al collo, impreziosito solo da uno sbuffo di pizzo ai polsi. Senza un'ombra di seduzione.
No, non aiutano le fotografie a spiegare il fascino di Lou von Salomé. Il suo mistero resta chiuso in lei: Per un attimo sembra di coglierlo in una giovanile sfrontatezza, sembra di conoscerla questa giocoliera dell'eros alluso e negato. Amante della fuga. Ma fascino doveva averne da vendere per costringere due uomini non più giovani, nonché affermati studiosi di filosofia, conosciuti solo poche settimane prima, a posare per la celebre fotografia che li ritrae insieme, riprodotta in copertina al bellissimo libro che sotto il titolo Triangolo di lettere raccoglie il carteggio di Fiedrich Nietz¬sche, Lou von Salomé e Paul Ree (Adelphi, pp. 492, L. 60.000). Lei è seduta su un carretto, agita la frusta; i due uomini reggono insieme la sbarra del carretto. Più che una fotografia è un manifesto. Sapevano o non sapevano, loro due?
Nietzsche e Rèe si conoscono dal 1875. Anni intessuti da una corrispondenza metodica. Amici nella distanza. Una vacanza a Sorrento ha cementato l'incontro fra il già celebre filosofo e il più giovane studioso. Poi però si incontrano poche volte. Brevi visite. Appuntamenti mancati in un continuo spostarsi che cerca di conciliare necessità accademiche e ricerca di climi più salutari. Ma che riletti ora sembrano soprattutto un set internazionale. Saint Moritz. Baden Baden. Rapallo. Il lago Maggiore.
Le lettere lambiscono idee e problemi di carriera. I libri in corso, propri e altrui. Ma quel che li unisce davvero è il tema della malattia. Ossessiva metafora e specchio del vivere. Rèe: Lei scrive, carissimo amico, di stare incredibilmente male. La mia salute è sempre pessima. Nietzsche: Le mie condizioni sono un limbo misto ad atroci tormenti. Ogni giorno ha la sua storia clinica. Rèe: Ho molta paura di essermi sottoposto a una terapia funesta. Nietzsche: Sto malissimo. La mia salute è troppo profondamente scossa.
Un po' cagionevole è anche la giovane Lou von Salomé. Quando arriva a Roma, nel gennaio del 1882, non ha ancora ventun anni. A diciassette ha fatto perdere la testa al suo insegnante, il pastore della comunità evangelica a San Pietroburgo Hendrik Gillot. Lui l'affascina con la parola ma è lei evidentemente a colpire più duro. Il maturo Gillot abbandona la moglie e i figli, le chiede di sposarlo, lei impara così a dire di no. Parte, va a studiare in Svizzera, a Zurigo. Le lettere che le scrivono i suoi maestri, severi professori sessantenni, rigorosi teologi, sono piene di premure e di complimenti. Fin troppo, per non suscitare qualche dubbio.
A Roma finisce a casa dell'anziana signorina von Meysenburg. Se c'è un destino nelle cose (che ci sia nei sentimenti, è indubbio) lei lo sa cogliere al volo. C'è lì anche Rèe. E' il carnevale. Fanno passeggiate al chiaro di luna romano. Vanno a teatro a vedere la grande Sarah Bernhardt. Saluti da parte mia questa russa, gli scrive Nietzsche. Poi arriva anche lui. E a Lou arrivano due domande di matrimonio. Lei è brava a far capire che non le interessano tanto quelle cose lì. Ma con delicatezza, senza offendere, magari tirando in ballo problemi pratici come la perdita di una rendita. Ha altre cose in mente, vuole realizzare se stessa.
Durante il viaggio di ritorno dal loro passaggio in Italia succede qualcosa. Nietzsche e Lou restano soli per un momento, sul Sacro Monte, al lago d'Orta. Cosa sia avvenuto là è misterioso come in un romanzo di Forster. Nietzsche ne scriverà allusivamente come del «più affascinante sogno» della sua vita. E' invece la prima invisibile crepa nel progetto coltivato dalla ragazza, il progetto di una «trinità» unita anche nella convivenza. I due amici si sono lasciati entusiasmare dall'idea ma in realtà è cominciata una guerra sotterranea. Ciascuno dei due cerca di attirarla a sé in un gioco intellettuale. Del resto il rapporto è ineguale. Rèe è più intimo, a un certo momento è passato dal lei al tu e quel tu se lo assapora in tutti i modi. Nietzsche è più in alto e solo, più disperato. E poi ci sono gli altri, gli spettatori partecipi di questa avventura che sembra avvenire su un palcoscenico di teatro, davanti alla platea del mondo culturale. Ci sono la madre e la sorella, con cui Nietzsche arriverà alla rottura.
Il progetto non si compirà, com'era prevedibile. Ma Nietzsche rimarrà fedele sempre a quell'affascinante sogno. Senza di lei, non ci sarebbe stato Zarathustra, ripeterà. L'ultima lettera di Nietzsche è dell'ottobre 1885. Commenta il libro di Rèe. Com'è vuoto, noioso, falso! esclama. Lou è lontana. Ha ormai ventiquattro anni e altri cuori da stregare.

“Alias” n.39 -  2 ottobre 1999

Due "ripoesie" di Enrico Sciamanna

Souvent pour s’amuser il mio amico Enrico gioca sui testi poetici usando rovesciamenti, haikizzazioni ed altri sistemi cari agli oulipisti e a Dossena. Qui s’è limitato alla sostituzione sinonimica su due celebrati testi novecentisti, proprio da quella raccolta sulla gioia degli sprofondamenti che dà inizio al Novecento.
L’esito mi pare di grande divertimento, specie nella scelta di ribattezzare sinonimicamente anche  l’autore.  (S. L. L.)

Enrico Sciamanna
M’abbacino 
d’illimitato                                         
(G.  Bulgarelli )

----- 
Di tali abitazioni
non rimasero
che lacerti di pietre

Di molti
familiari
ne resta
ancor di meno

Ma dentro me
completo è il cimitero

L’anima mia
è un luogo di gran pena

               (G. Bulgarelli)

Mario Mineo. Federalismo e autonomia ("micropolis" maggio 2012)

Sala d'Ercole di Palazzo dei Normanni, sede dell'Assemblea Regionale Siciliana.
Fu chiamata "il covo dei novanta ladroni" finché non ne aumentarono il numero.
In una pagina degli Scritti sulla Sicilia di Mario Mineo, l’Ente Regione è considerato lo strumento principale attraverso cui “la borghesia parassitaria e mafiosa si arricchisce”, una “fonte di parassitismo, di spreco, di intrallazzo”. Giudizio durissimo e oggi ampiamente condiviso, ma Mineo, che era stato deputato per il Pci nella prima legislatura regionale (1947-51), di questa realtà conosceva le lontane radici. Il 1° settembre del 1945, infatti, Mineo era stato nominato dall’Alto Commissario nella Commissione per redigere il progetto di Statuto per la Regione, in rappresentanza del Partito Socialista, di cui allora faceva parte. Già in articoli e documenti, pubblicati su la “Voce Socialista”, Mineo aveva assunto una collocazione netta nel dibattito stimolato dal separatismo. A differenza della maggioranza dei socialisti siciliani, unitari e diffidenti verso l’autonomia, Mineo si riconosceva nell’impostazione di Li Causi, leader del Pci siciliano: non amava il termine “federalismo”, che gli sembrava implicare una sovranità originaria a cui i federati rinunciano, ma era fautore di una autonomia che chiamava democratica, che doveva far leva sulle larghe masse.
In Commissione il confronto su quattro progetti, uno dei quali preparato da Mario. In esso le attribuzioni della Regione erano poche e nettamente identificate per evitare conflitti di competenza, ma sul piano economico e sociale determinanti. Non solo la Regione godeva della “piena potestà legislativa ed esecutiva in materia di imposizione finanziaria”, ma aveva tra gli obblighi la redazione di un vero e proprio “Piano”, per la cui predisposizione era previsto l’intervento attivo delle forze sociali e un contributo economico dello Stato. L’idea era di legare l’autonomia allo sviluppo industriale e produttivo. Il progetto Mineo scomparve dal dibattito in commissione per «un colpo di mano» di Enrico La Loggia. Nell’articolo 38 voluto da La Loggia, che passerà alla Consulta con l'avallo dei comunisti, trionfa il punto di vista riparazionista, tipico delle vecchie oligarchie, che sgancia l' intervento dello Stato dallo sviluppo e lo lega all'idea piagnona di un risarcimento dovuto alla Sicilia, soprattutto con il finanziamento di opere pubbliche e con provvidenze su cui non era difficile allungare le mani. L’impostazione di Mineo scomparve dal dibattito politico e venne censurata anche su quello storiografico. Peccato! Nella lunga e spesso stucchevole querelle sul federalismo degli ultimi anni avrebbe potuto essere utile. Anche in Umbria. (S.L.L.)

Umbria. La Regione e i detenuti ("micropolis" - maggio 2012)

Fra le numerose inadempienze della Regione una è stata nei giorni scorsi portata all’attenzione dell’opinione pubblica dai radicali di Perugia, da Libera Umbria, dall’associazione delle comunità di accoglienza (Cnca) e dal Forum dei Detenuti con un convegno e una conferenza stampa. Il Consiglio regionale approvò nel dicembre 2006 una legge che istituiva il Garante delle persone private della libertà personale e ne prescriveva la nomina entro 90 giorni. Dopo cinque anni e mezzo non se n’è fatto nulla, nonostante il caso Bianzino e nonostante il fatto che i penitenziari umbri abbiano oggi una popolazione doppia rispetto al massimo previsto, un personale quasi dimezzato e non poche magagne.
Le ragioni del ritardo sono due, fra loro connesse. Prima: per la nomina è necessaria una maggioranza di due terzi. Seconda: il ruolo non prevede sontuosi appannaggi manageriali, ma un rimborso modesto, non si presta perciò ad abbuffate spartitorie. Poi, col clima forcaiolo di questi tempi, occuparsi di quella discarica sociale che sono diventate le carceri non appare igienico alla castetta regionale. Dal convegno è emerso, attraverso esperienze di altre regioni e città, che l’istituzione di una figura di tutela, pur non risolutiva, è certamente utile non solo per i detenuti, ma per la stessa amministrazione penitenziaria. Ma il presidente Brega, che avrebbe l’obbligo di inserire la questione all’ordine del giorno, e, con sparute eccezioni, tutti i consiglieri non ci sentono. Le associazioni, in mancanza di risposte, fra un paio di mesi proporranno direttamente una terna di nomi inattaccabili per competenza e indipendenza e passeranno a forme più incisive di sensibilizzazione: “Chi fa le leggi, deve per primo rispettarle”. Non hanno ragione di disperare, hanno un buon argomento: prima o poi anche i consiglieri regionali potrebbero aver bisogno del garante.  

Heaney: “io, Pascoli e gli aquiloni” (Mario Baudino)

Séamus Heaney, Premio Nobel 1995
“Ho l’impressione che non abbia molti lettori, al di là degli studiosi» ci dice Séamus Heaney, a conclusione del convegno organizzato dall’Università di Bologna su Giovanni Pascoli, la manifestazione più ambiziosa tra quelle per il centenario della morte, che è passato un po’ sottotraccia. Non qui a Bologna, dove Pascoli ebbe cattedra, e dove sono confluiti esperti da tutto il mondo. Tra loro anche il poeta irlandese vincitore del Nobel per la letteratura nel 1995, che da tempo lavora sulle sue poesie, e ne ha tradotte parecchie. I loro temi non sono del resto così lontani: se si leggono alcuni dei versi più famosi di Heaney, per esempio quelli di Digging (Scavando), un testo degli anni Sessanta, sembra quasi di sentire una risonanza pascoliana: «E mi torna in mente l’odore della terra / delle patate, lo scalpiccio della torba fradicia, / i colpi risoluti della vanga tra le radici vive».
Sta parlando di suo padre. «Ma io non ho la vanga per seguire uomini così», conclude. Ha invece la scrittura, la costruzione di mondi, che sa sprofondare in un modo diverso nella torba, fra sepolte appartenenze remote, strati geologici e storici. Heaney all’epoca non conosceva Pascoli. Lo incontrò per caso, parecchi anni dopo, a Urbino. Secondo le sue parole, «gli sono legato da un pezzo di spago»: quello dell’aquilone, ovviamente. Era il 2001, e la celebre poesia gli venne sottoposta dopo che aveva parlato di un componimento di Yeats sulla corte urbinate. Per uno di quei cortocircuiti tipici della letteratura, gli parve di riconoscere nei versi pascoliani qualcosa che aveva scritto anche lui, rievocando un giorno dell’infanzia in un campo dell’Ulster dove con i suoi fratelli guardava il padre che stava facendo volare, appunto, un aquilone. «Con l’occhio della mente vedo sempre noi tutti con la stessa chiarezza con cui vedo quella frotta di scolari che Pascoli ricorda nella sua poesia», ha spiegato nella conferenza dell’altro giorno.
Fu l’inizio di una storia poetica che non si è mai interrotta. Da allora, prima per caso poi perché ormai le sollecitazioni si moltiplicavano, ha continuato a tradurre. I poemi di Myricae lo riportavano alla sua stessa vita di ragazzo di campagna, a ripercorre un filo «teso tra l’Italia e l’Irlanda». Ma che cosa l’ha conquistata? I temi o la trama linguistica e fonetica, lo scavo che Pascoli fa nel linguaggio? «Non conosco abbastanza l’italiano per affrontare la sua tessitura linguistica. Mi sono focalizzato più sui temi, su come costruisce o riconosce il suo mondo. È un poeta straordinariamente pre-moderno. Ma non per questo lontano. Non so, e non mi interessa neppure, quale sia, se c’è, il suo “messaggio”. Dico che è un gran poeta, con una piega meditativa e filosofica, uno sviluppo estetico e intellettuale, un groviglio emotivo che conferisce a gran parte di ciò che ha scritto un’energia sotterranea».
Cita un testo, L’ultima passeggiata . «Per una felice coincidenza, gran parte del suo territorio nativo è terreno familiare anche per me. In modo, per dir così, antropologico. Molte delle scene che evocano gli usi e costumi della vita rurale nella Romagna dell’Ottocento erano ancora vive e attuali nell’Irlanda della metà del Novecento». Trova che la descrizione dei campi, dei buoi, dell’improvviso trillare di un’allodola siano «rese in delicatissima miniatura, come se fossero un Libro delle Ore». Un libro di preghiera? Heaney preferisce porre l’accento sulle immagini, e su ciò che lo fa risalire, ad esempio a Ezra Pound e all’Imagismo, il movimento britannico d’inizio secolo, una forma, spiega, di crepuscolarismo.
Pascoli però non ha mai influito direttamente sulla poesia europea. «No, questo no. Il suo ruolo non è certo paragonabile a quello di un D’Annunzio. Però è un gran poeta, semmai da riscoprire. Anche per la sua sterminata cultura, per tutto il materiale di studio che ci ha lasciato, per i versi latini». Heaney ha tradotto Dante e Virgilio, si è immerso «da irlandese» in una grande tradizione comune, senza la diffidenza che nutre invece per molta poesia «inglese» che, dice, «spesso ha il tono della vittoria». Nulla di simile in Pascoli, dove semmai c’è una riduzione alle cose minime. Ma a questo punto, la domanda si impone: è sufficiente scavare, per la poesia? Scavare nelle parole come la zappa scava nella terra? «Tutto ciò che riguarda la poesia ha a che fare col linguaggio. E oggi, proprio oggi, con tutti i problemi di comunicazione che ci ritroviamo ad affrontare, penso ci sia molto bisogno di poesia».
Anche se pare restare ai margini, magari ricca ma isolata, circoscritta. «I poeti e la poesia sono sempre stati minacciati, direi a rischio di estinzione. E non si sono estinti mai. Ogni tanto la storia fa clic, e saltano fuori Dante, Shakespeare, con i loro amici e seguaci». Oppure Pascoli? «Anche lui, certamente». Qual è tra le sue poesia quella che l’ha colpita di più? «Le dico quella che è stata più facile da tradurre: La cavallina storna . È incantatoria, ti incalza come una ballata popolare e nello stesso tempo ha qualcosa di inevitabile. So che in Italia la conoscete quasi tutti». Imparata a scuola. E forse per questo presa molto, molto sottogamba. «Siamo alle solite. E invece chiedere a una cavalla di rispondere con un nome che non può ovviamente pronunciare se non con un nitrito, bene, è davvero una grande idea».

"La Stampa", 5 aprile 2012

1.6.12

Giovanni Pascoli (di Maurizio Cucchi)

Il centenario della morte di Pascoli, ai primi di aprile, è trascorso senza alcun clamore e alcuni giornali hanno totalmente trascurato la ricorrenza. A quanto mi risulta nessuno ha pensato a costruire intorno alla figura del poeta romagnolo quegli eventi - mostre, convegni, spettacoli - che talora ravvivano l'interesse, anche perchè le risorse sono scarsissime e quelle per gli eventi le ha sequestrate il Capo dell'Esercito per la parata del 2 giugno. Eppure l'opera di Pascoli è profondamente compenetrata con la storia dell'Italia unita, più di quella di molti altri poeti e narratori e la qualità della sua poesia è particolarmente alta. Credo che le ragioni le sintetizzi ottimamente il Maurizio Cucchi, in un suo intervento su "La Stampa" del 5 aprile scorso, che condivido pressoché in toto e qui posto. (S.L.L.)
La grandezza della poesia di Giovanni Pascoli è sempre più evidente e indiscutibile. La scuola, in effetti, non ci ha molto aiutato a comprenderlo bene, insistendo troppo sulla vicenda biografica e sulla delicatezza patetica dei sentimenti. L'autore del Fanciullino è stato un genio della parola poetica nelle sue forme più diverse e un autore dalla sensibilità acutissima capace anche di esprimersi in zone di mistero e di ombra della psiche, non senza accenni di una morbosità sinistra e spesso crudele. La sua parola è al tempo stesso esattissima e vibrante, vertiginosa, capace di cogliere l'emozione del presente in cui ci invita a sostare, a volte, in alcuni dei suoi versi più noti e più belli, come in quel capolavoro che è L'ora di Barga; ma il suo desiderio di tornare a cullarsi in una sorta di grembo eterno, nel suo «cantuccio», è anche un continuo insistere del passato, le cui tracce sono ben visibili anche nella sottile, programmatica regressione a quella dimensione infantile a cui spesso, ambiguamente, si affida.
In ogni caso è un poeta della complessità, come dovrebbe, in fondo, essere ogni poeta e come lui ha saputo essere anche nei suoi componimenti dall'andamento più esemplarmente semplice e lineare. Una complessità, peraltro, che non si affida mai a una pronuncia oscura, ma che si realizza nei modi di una leggibilità apertissima. Giovanni Pascoli ha saputo parlare - lui dottissimo e latinista - in un linguaggio fortemente legato all'esperienza comune e quotidiana, e in questo è stato già nettamente novecentesco, in quanto poeta «inclusivo», e dunque in grado di dare dignità poetica a situazioni e parole apparentemente «impoetiche». Ed è stato in questo anche un grande sperimentatore, un innovatore imprescindibile.
Ma tanti sono i motivi che ci possono indurre a rileggerlo, a farlo regolarmente. Per esempio la sua capacità di coinvolgere emotivamente il lettore, di provocarlo e indurlo a commozione. La sua è una sottile voce insinuante che penetra a fondo e ci turba. Ci raggiunge e ci scuote internamente un po' come la musica del suo quasi coetaneo Giacomo Puccini. Sembra ammantarsi di dolcezza e di conforto, ma sul più bello colpisce crudelmente, perché è una voce sempre inquieta.
E a proposito di crudeltà, mi viene spesso in mente una poesia delle più note e non sempre giustamente apprezzate, e cioè Valentino, dove l'aspetto tenero del ritratto offre - quasi senza parere - dettagli di passaggio quasi cruenti. Una sorta di crudeltà indiretta, ma che pure ci raggiunge. Come, in modo più netto, ci arriva da quel capolavoro che è Digitale purpurea: «il fiore ha come un miele / che inebria l'aria; un suo vapor che bagna / l'anima d'un oblìo dolce e crudele». Appunto, dolcezza e crudeltà coesistenti nella grande poesia del Pascoli.

Ingegneria e belle arti. Proteste contro la Torre Eiffel


La lettera con la quale quarantasette artisti e intellettuali si opposero alla costruzione della Tour Eiffel apparve sui giornali il 14 febbraio 1887. Tra quelle righe, oltre a considerazioni di diversa natura, veniva posta una domanda: «Può la città di Parigi associarsi all’immaginazione barocca, alle mercantili fantasie di un costruttore di macchine, insozzandosi irrimediabilmente, disonorandosi? poiché la Tour Eiffel, che neppure l’America dall’anima commerciale vorrebbe, è senza alcun dubbio il disonore di Parigi». L’episodio doveva essere noto a Benjamin, che nelle prime pagine di Parigi capitale del XIX secolo, contenute in Angelus Novus, avrebbe scritto: «Il concetto di ingegnere, che deriva dalle guerra rivoluzionarie, comincia ad affermarsi, e cominciano le lotte fra costruttori e decoratori, Ecole Polytechnique ed Ecole des Beaux-Arts». In calce alla lettera nella quale deflagrava lo scontro tra l’ingegneria e le belle arti, oltre alla firma di Maupassant comparvero quelle di Alexandre Dumas figlio, del compositore Charles Gounod e di Charles Garnier, l’architetto dell’Opéra di Parigi.
Attirati dalla fama di quella «torre vertiginosamente ridicola che sovrasta Parigi come l'oscura e gigantesca ciminiera di una fabbrica che tutto schiaccia sotto la sua barbara mole» in molti accorsero a Parigi, e tra loro Van Gogh, Gauguin, e persino Edison, ognuno in cerca di successo.

"il manifesto", 23 giugno 2011

Il sogno di Eiffel e l'invidia americana (di Pierpaolo Ascari)

Più che della grande torre parigina, l’articolo che segue, informato e divertente, racconta delle reazioni che suscitò oltre Oceano, nella giovane America ove mal si sopportava l’erezione di un monumento tale da ridimensionare i grattacieli di colà (vien voglia di parlar freudiano e di accennare all’invidia del pene). Da leggere e gustare. (S.L.L.)


Sfiorare la luna, il sogno di Eiffel   
Paragonata di volta in volta a un faro, a un chiodo, a un candelabro, le celebre torre che sarebbe diventata il simbolo di Parigi suscitò reazioni indignate, oggi leggibili in un volume della storica Jill Jonnes uscito per Donzelli. Da Maupassant a Dumas tutti la odiavano, ma indubbiamente essa inaugurò una «avventura dello sguardo».
Intitolata ai quattrocento anni della scoperta dell'America, l'esposizione universale del 1892 si sarebbe dovuta realizzare in una landa di due chilometri quadrati nella South Side di Chicago che gli abitanti della zona avevano inquietantemente soprannominato «le sabbie mobili». Per le municipalità di Washington, New York e St. Louis, che pure si erano date la pena di convincere il Congresso a votare per loro, non sarebbe più stato necessario escogitare qualcosa di abbastanza grandioso da oscurare la precedente edizione della fiera, la prima, oltretutto, in cui l'impiego della corrente aveva reso possibile un programma di aperture notturne. Molto più dell'elettricità, però, più dell'enorme successo di pubblico e della gratificante dissociazione dei ceti produttivi e delle merci dallo sdegno internazionale dei loro sovrani, a rendere così impegnativo il confronto con la fiera che a Parigi aveva celebrato il centenario della rivoluzione era stata la torre di ferro ideata e finanziata da Gustave Eiffel.

Il primo grattacielo della storia
Solo sei anni prima, nel 1883, le travi e i tiranti del ponte di Brooklyn avevano dimostrato che gli Stati Uniti non temevano più alcun rivale nell'uso dell'acciaio, proprio mentre terminava l'infinita gestazione del monumento commemorativo a George Washington che, una volta superate le cuspidi del Duomo di Colonia, sarebbe trionfalmente diventato l'edificio più alto del mondo. Ed ecco che ora, con la World's Columbian Exposition di Chicago era tutto da rifare, perché i centonovantanove operai di Eiffel si erano spinti tanto in alto da raddoppiare il numero dei metri che comprovavano l'eccellenza industriale di una nazione. Il problema principale, a questo punto, dovette apparire quello di salvare il buon nome dell'operosità americana portandosi a un'altezza ancora maggiore, ma con le caviglie affondate nelle sabbie mobili di Jackson Park. Ad aggiudicarsi la direzione dei lavori, così, non potevano che risultare Daniel Burnham e John Root, i due architetti che proprio sul manto fangoso di Chicago erano ingegnosamente riusciti a sollevare il primo «grattacielo» della storia. Root, però, morì quasi subito, facendo appena in tempo ad abbozzare il progetto del nuovo complesso e a ricavarvi uno spazio, ancora in bianco, deputato alla soddisfazione delle attese federali.
Nel luglio del 1891, quando il «Tribune» indisse un concorso per l'ipotetica assegnazione di quello spazio, la stravaganza dei progetti confermò quanto fosse ancora violenta l'impressione suscitata dalla torre di Eiffel. Palazzi che si allungavano come telescopi, stazioni ferroviarie alte due chilometri e mezzo, cavi della «miglior gomma» che avrebbero consentito di lanciare duecento persone da un'altezza di milleduecento metri: torri, torri e ancora torri.

L'edificazione di un clone
Da un lato «la fede cieca nei materiali» di cui parlerà Conrad in occasione dell'affondamento del Titanic stava evidentemente alimentando l'illusione che sarebbe stato possibile fare qualsiasi cosa, dall'altro l'unica forma in grado di rappresentare questo apparente sfondamento prospettico rimaneva quella divinata dall'industria francese. Che ora si esibiva nella stessa dimensione dei viaggi fantastici di Jules Verne, dagli abissi alla luna, nel punto esatto in cui il dato positivo, le imprese coloniali e le merci esposte alla Galerie des Machines incontravano il mondo riflesso sulla fusoliera metallica del Nautilus o sugli sbalzi del ponte interplanetario che Grandville aveva disegnato nel 1844. Saranno appunto i romanzi di Verne e l'inaugurazione della torre, come dichiarerà lui stesso, a indirizzare André Citroën sulla strada che molti anni dopo lo avrebbe condotto alla creazione della sua casa automobilistica. Alla fine dell'Ottocento, intanto, mentre si afferma la moda delle pubblicità intitolate Nell'anno 2000 o Come vivranno i nostri pronipoti nel 2012, accanto a un repertorio abbastanza ripetitivo di dirigibili, città subacquee, sanatori aerostatici e oggetti volanti, lo stile di Eiffel sembra operare anche una sorta di censura. Per farsi un'idea di quello che gli architetti di Chicago dovevano aver passato, infatti, sarebbe bastato osservare una cartolina prodotta dalla ditta Stollwerck nel 1897, quando di fianco alla torre che Eiffel si era impegnato a smontare nel 1909, nell'anno 2000 ne sarebbe spuntata addirittura una seconda, del tutto identica alla prima. L'ingegnere aveva realizzato un'impresa così perfetta da ridurre l'azione del tempo e il concorso del futuro a un destino di clonazione.
Eppure, mentre la torre cominciava a spuntare dai cantieri dello Champ de Mars, l'opinione pubblica cercò in tutti i modi di bloccarne la realizzazione. Una ricca rassegna delle più incredibili critiche che Parigi oppose al monumento che di lì a poco ne avrebbe cristallizzato l'immagine è contenuta nella Storia della Tour Eiffel di Jill Jonnes, recentemente pubblicata dall'editore Donzelli. Per gli abitanti del quartiere, innanzitutto, i lavori avrebbero reso impraticabile l'area in cui erano soliti passeggiare e una volta che la torre fosse stata ultimata, c'era da scommetterci, se la sarebbero vista crollare in casa. Vi fu chi sostenne che quell'enorme antenna avrebbe reso Parigi molto più piovosa di Londra, la stampa francese parlò di un monumento al cattivo gusto degli americani e quella americana di un monumento all'insolenza dei francesi. Con cinque anni di anticipo sulla condanna ai lavori forzati di Alfred Dreyfus, poi, qualcuno non mancò di speculare sulle origini renane della famiglia Eiffel e su quella che, con ogni evidenza, sarebbe diventata l'esposizione universale degli ebrei.

Cominciava l'era dei popcorn
La torre veniva equiparata di volta in volta a un faro, a un chiodo o a un candelabro che di domenica in domenica, osservato dal Pont d'Iéna, dava l'impressione di finire sempre più fuori piombo. Al culmine delle ostilità tra l'ingegneria e le belle arti, quarantasette artisti firmarono una lettera di protesta per opporsi con tutte le loro forze alla costruzione di quell'odiosa colonna di metallo imbullonato e a conferma dell'orrore che lo aveva spinto a firmare la lettera, una volta che la torre fu inaugurata, Guy de Maupassant prese l'abitudine di andarvi a pranzare pur di non essere costretto a vederla. Ma per la maggioranza dei suoi contemporanei, ormai, era cominciata quella che Roland Barthes definirà una grande «avventura dello sguardo». Perché le case, i sobborghi, le cupole e i boulevard, da quella prospettiva, si trasformavano nei mari e nei monti di un paesaggio naturale, operando sulla percezione della città uno straniamento simile a quello creato dalla cesura impressionista.
Era senz'altro così che Parigi doveva essere apparsa al prefetto Haussmann, una città interamente osservabile da correggere e domare, un territorio di conquista simile a quello che Rastignac si era impegnato a sbaragliare dalle alture del Père-Lachaise, nel finale di Papà Goriot. Ma era anche la città viva, l'organismo millenario e cangiante osservato a «volo d'uccello» dalle pagine di Notre-Dame de Paris o nei puntigliosi sopralluoghi di Zola ai quartieri interessati dalla brutta fine dei Rougon-Macquart. Al pubblico pagante della torre, così, i passanti non potevano che apparire come le «minuscole figurine umane, alte forse solo qualche millimetro» che di lì a poco avrebbero popolato le allucinazioni di un celebre malato di nervi, l'ex presidente del tribunale di Dresda Daniel Paul Schreber, ma la perniciosa prossimità dello sguardo panoramico allo sguardo paranoico e alla sintomatologia del potere non escludeva che di quella stessa visione si potesse fare un'esperienza diversa. Era esattamente questa possibilità, anzi, a rendere avventurosa una gita alla Tour Eiffel, le peripezie di uno sguardo conteso tra la volontà di dominio e il riposizionamento dell'esperienza urbana nella prospettiva della storia naturale e del vivente.
Dalla torre era possibile illudersi di vedere tutto, certo, ma anche sentirsi una piccola parte della presunta immensità che rendeva intuibile. Mentre si avventurava nella zona di indeterminazione creata dal presentimento di queste due alternative, allora, per uno dei numerosissimi visitatori che si addossavano alle biglietterie in una mattina di fine maggio, non sarebbe stato superfluo apprendere che dall'altra parte del fiume, nel frattempo, alcuni indiani d'America si stavano coprendo gli occhi davanti al Louvre perché vedere troppo - dicevano - li avrebbe fatti impazzire. Erano i nativi che recitavano nel Wild West di Buffalo Bill, l'altra grande attrazione della fiera, che se ne andrà da Parigi senza turbare in alcun modo il sogno del progresso, della visione totale e della corsa al cielo. Gli europei, in compenso, ne avevano approfittato per conoscere i popcorn.
Fu anche questa la posta in gioco della World's Columbian Exposition di Chicago: una questione di sguardo. «Siamo a una bella altezza - aveva scritto un corrispondente dell'Harpers Weekly quando gli ascensori di Eiffel avevano finalmente cominciato a entrare in funzione - ma messa in orizzontale la torre non attraverserebbe l'East River». Eppure, era quasi scontato che sarebbe stato proprio il demone dell'altezza a impadronirsi dello spazio che John Root aveva riservato al confronto intercontinentale.

Le prime istantanee della storia
Nell'aprile del 1890 il presidente Benjamin Harrison aveva stabilito che la fiera si sarebbe svolta con un anno di ritardo, ma ciò nonostante, anche quando il primo maggio del 1893 poterono invadere Jackson Park, i cittadini di Chicago non vi trovarono nulla di simile alla Tour Eiffel. Trovarono un complesso di edifici neoclassici ordinatamente distribuiti tra i dislivelli, le alture e le scenografie acquatiche di Olmsted, il cosiddetto mago di Central Park. Presero d'assalto il padiglione in cui l'industriale tedesco Friedrich Krupp aveva fatto trasportare il suo «bambino», perché così veniva chiamato il cannone più grande del mondo. Conobbero le usanze degli algerini, che erano stati gli unici a presentarsi puntuali all'appuntamento con Cristoforo Colombo, dodici mesi prima dell'apertura dei cancelli. Scattarono le prime istantanee della storia, grazie a un appalto assegnato alla Kodak per il noleggio delle «Columbus», i nuovi apparecchi pieghevoli che alla foga di vedere tutto, adesso, fornivano addirittura un supporto. E poi, solo più tardi, a partire dagli ultimissimi giorni di giugno, nell'area destinata alla resa dei conti con la Terza Repubblica, anche loro poterono finalmente salire in cielo sulla splendida ruota panoramica progettata da George Washington Farris, che nonostante fosse duecentoventi metri più bassa della Tour Eiffel, rimaneva pur sempre una cosa mai vista prima, fatta di ferro e sufficientemente contemporanea da imparentare le forme della città, laggiù in fondo, a quelle di un formicaio.

il manifesto 23/6/2011

Le "Confessioni" di Nievo e la Pisana (di Claudio Magris)

Lydia Alfonsi è la Pisana
in uno sceneggiato televisivo
Nonostante grandi studi critici ad esso dedicati, il capolavoro di Nievo non è ancora riconosciuto specie a livello internazionale, nella sua straordinaria grandezza. Certamente non scevre di difetti, non rifinite, eccessive e diluite nella seconda parte, Le confessioni di un italiano sono uno dei grandi romanzi del mondo, come ad esempio i capolavori russi o francesi; un romanzo che unisce storia e poesia, la totalità della vita e le profondità dell'animo, le grandi vicende collettive e quelle individuali che le vivono in irrepetibile singolarità. Nievo è lo scrittore italiano che ha saputo fare romanzo della storia contemporanea; complessivamente Manzoni significa più di lui, ma Le confessioni di un italiano non sono certo inferiori ai Promessi Sposi. E la Pisana è una delle più grandi figure d'amore della letteratura universale; una figura seducente e incantevole della fugacità e della fedeltà, delle contraddizioni e della verità del cuore, una sintesi di libertà fantastica, profondità passionale e incanto dei sentimenti e dei sensi.

Eiffel. Una poesia di Walter Cremonte

Gustave Eiffel
Agli operai che lamentavano
il rischio crescente del salire
ancora più in alto
l’ingegnere rispose che cadere
da metri duecentocinquanta equivaleva
rispetto agli effetti
a cadere da appena quaranta
e che quindi proseguissero tranquilli
senza altre lagnanze.
Al suo nome la torre luminosa
è consacrata.

Da Cosa resta, Perugia, 2001

Bucatini all'uovo di Colombo

Questi bucatini li ho trovati nell’agenda che nel 2010 il quotidiano “La Sicilia” distribuì tra i suoi lettori delle province di Enna e Caltanissetta. Mi sono sembrati, prima leggendo e poi – senza difficoltà – provando, non dissimili dalla scoperta di Colombo, che  ottenne da un uovo – rompendolo – la posizione eretta altrimenti impossibile.
Qui si mettono assieme due piatti banali e poverissimi anche di fantasia, al limite del miserabile: un primo di bucatini schietti; come secondo un uovo fritto ad occhio di bue (o al tegamino o al piatto o comunque si voglia chiamarlo).
Il risultato è – a mio parere – un piatto unico eccellente: equilibrato, gustoso, non molto pesante, divertente anche per l’occhio che vuole la sua parte. L’agenda li chiama “bucatini all’uovo fritto”, io li ho ribattezzati con un nome più suggestivo e (forse) appropriato. (S.L.L.)  
Ingredienti per 4 persone:
          2 bicchieri di olio extravergine d'oliva;
          4 uova;
          500 g di bucatini;
          peperone rosso piccante;
          sale.
Preparazione:
cuocete i bucatini in abbondante acqua salata. Scolateli al dente e disponete/i nei piatti da portata. Friggete in olio bollente le uova insieme al peperone a pezzetti. Disponete su ogni piatto di bucatini un uovo e servite. A piacere potete spolverizzare i bucatini con del pecorino grattugiato.

E quella thailandese?

Alla vigilia di San Giuseppe, il 18 marzo scorso, “La Stampa” dava notizia nella sezione “Cultura e spettacoli” di un documentario di Luc Besson: “Esce venerdì The Lady sull’eroina birmana…”.

Melville, il mito di Roma, l'eccezionalismo Usa (di Dennis Berthold)

A giugno 2011, in margine a un convegno romano su Melville e l’antica Roma, uno studioso Usa mette in relazione il mito di Roma nell’Ottocento nordamericano con le polemiche attuali sull’eccezionalismo, l’ideologia del primato americano che ha assunto nelle politiche imperialistiche il ruolo di cemento che un tempo aveva l’anticomunismo. Un saggio breve e utile. (S.L.L.)
Washingthon Il memorial Jefferson 
costruito a imitazione del Pantheon di Roma 
Nella attuale politica degli Stati Uniti il cosiddetto eccezionalismo è diventato una cartina al tornasole del patriottismo, della fede religiosa e della visione politica. La controversia è stata innescata da una risposta del presidente Obama a una domanda che gli è stata posta da un giornalista francese a Strasburgo nel 2009.
Quando gli è stato chiesto se credesse nell’eccezionalismo americano, Obama ha dato una risposta più nello stile di Tocqueville che in quello di Reagan: «Credo nell’eccezionalismo americano – ha detto – proprio come, sospetto, gli inglesi credono nell’eccezionalismo britannico e i greci credono
nell’eccezionalismo greco».
Eresia! Naturalmente l’avversario (sconfitto) di Obama alle elezioni del 2008 lo ha immediatamente attaccato come antipatriottico: John McCain ha infatti ribattuto al presidente che «sfortunatamente, alcuni politici hanno o dimenticato o scelto di ignorare i nostri gloriosi fondamenti».

Perduranti ipocrisie
Lo scorso aprile il rappresentante repubblicano Paul Ryan del Wisconsin (non di Roma, Wisconsin, oserei dire) ha ribadito l’importanza dell’eccezionalismo, vale a dire di un credo quintessenzialmente americano, applicabile a tutte le persone, in ogni luogo, e radicato «nella verità che tutti gli esseri umani sono creati uguali». Secondo Ryan, l’America promuove un’idea, non la sua storia o la sua cultura.
Ma ignorando la storia, Ryan molto opportunamente elide la schiavitù, l’ineguaglianza fra i sessi, la discriminazione razziale, e il lungo elenco dei trattati non rispettati con i nativi americani, tutte cose che hanno negato l’uguaglianza a una maggioranza di americani per oltre centocinquant’anni.
Come amo ricordare ai miei studenti, dei primi diciotto presidenti americani, ben dodici possedevano schiavi (siamo dunque ben lontani da quella che si potrebbe definire una «uguaglianza inclusiva») e Thomas Jefferson, l’uomo che per primo scrisse che «tutti gli uomini sono creati uguali» non si preoccupò neppure di liberare i propri schiavi alla sua morte.
L’ipocrisia denunciata da Winthrop (John Winthrop, governatore della Compagnia della baia del Massachusetts tra il 1629 e il 1648, ndr) appare come una delle caratteristiche più tipiche della politica americana dei suoi esordi, e continua nel dibattito contemporaneo sull’immigrazione, i diritti di voto, la tassazione e l’avventurismo militare.
Nell’attuale clima di reazione conservatrice, i politici saltano sul carro dell’eccezionalismo americano proprio come avevano l’abitudine di sfruttare l’anticomunismo o i sussidi all’etanolo.
Melville, naturalmente capiva questo dilemma. Ma soprattutto capiva la competizione tra natura e cultura nello spirito dell’umanità, così memorabilmente sintetizzata nel capitolo 21 di Billy Budd quando il capitano Vere, rivolto alla corte marziale, afferma di avere giurato fedeltà non alla Natura ma al Re.
La natura, Melville la conosceva di prima mano fin dagli anni in cui aveva navigato su quegli oceani che il capitano Vere definisce «inviolata natura primigenia». E quanto alla civiltà, soprattutto la civiltà romana, lo scrittore non smise mai di approfondirne la conoscenza sulla base delle sue osservazioni e delle sue letture, tanto che nel 1877 giunse alla conclusione che il massimo punto di civiltà era stato registrato fra il II e il III secolo della Roma imperiale, un’opinione desunta da Declino e caduta dell’impero romano di Edward Gibbon.
In una lettera al cognato John C. Hoadley, Melville incluse una prima stesura della sua poesia L’età degli Antonini (il titolo è preso in prestito appunto da Gibbon), lodando quel periodo pacifico per il suo stoicismo, il suo ordine sociale e le sue leggi.
Era stato, scrisse, «il culmine del destino e lo zenit del tempo», e si augurava che potesse un giorno tornare. Melville non pubblicò la poesia fino al 1891, quando ormai aveva cambiato gli ultimi due versi in modo da identificare esplicitamente il suo paese con Roma: «Ah, potessimo leggere nei segni dell’America / la nuova Età degli Antonini”.
Questo cambiamento, che fa seguito alle profonde meditazioni su Roma espresse da Melville in Clarel, fonde i due significati di «eccezionalismo» che competono fra loro nell’attuale dibattito accademico e politico.
Davvero una nazione ha un ruolo unico da portare a compimento sulla terra? E questo ruolo possiede una forza morale, presumibilmente incline al bene ma forse anche – come molti sostengono – al male? L’antica Roma – e l’America contemporanea – è stata una repubblica virtuosa o un impero repressivo? E, questione ancora più rilevante, l’America è un fenomeno nuovo o (come implica la dozzina o più di «Rome» che si sono succedute nei secoli) è semplicemente un’altra repubblica mancata, destinata a imperare, declinare e cadere?
È questa un’altra dimostrazione del ruolo di faro che Roma ha avuto a proposito del concetto di nazione per gli americani, i quali avevano seguito da vicino i successi e fallimenti del Risorgimento, ed erano passati attraverso speranze e delusioni per un’Italia unita, soprattutto dopo la conquista francese della seconda Repubblica romana nel 1849. Dopo che Garibaldi nel 1860 con la spedizione dei Mille portò la maggior parte dell’Italia sotto casa Savoia, gli americani si rallegrarono e lo elessero a loro eroe nazionale. Abraham Lincoln giunse al punto di chiedergli di mettersi al comando dell’esercito unionista, ma poiché il presidente non avrebbe immediatamente abolito la schiavitù, il generale declinò la proposta.

Dal sogno al mito
Quando il Risorgimento raggiunse il suo obiettivo finale nel 1870 e l’intera penisola fu unificata con Roma capitale, il popolarissimo periodico illustrato «Harper’s Weekly» (che Melville leggeva regolarmente) pubblicò in copertina una complessa illustrazione la cui iconografia inserisce l’eredità dell’antica Roma nell’America del XIX secolo. Proprio come l’America era stata divisa fra Nord e Sud e infine si era riunita, così l’Italia aveva saldato il suo Nord e il suo Sud in un solo paese per la prima volta dal Medio Evo. Un arco antico inquadra insieme il soldato piemontese settentrionale a sinistra e il garibaldino arrivato dal sud a destra in una visione di pace e di potere analoga al sogno di Melville degli Antonini.
Sistemando ogni soldato sopra il leader opposto, Garibaldi a sinistra e Vittorio Emanuele a destra, l’illustratore lascia intuire un’armonia fra le forze della rivoluzione e dell’ordine, fra repubblica e impero, che costituiscono un popolo unito. Gli emblemi di tutti i precedenti stati italiani indipendenti incorniciano l’illustrazione e implicitamente illustrano il motto nazionale americano «E pluribus unum», «Da molti uno».
La didascalia «L’Italia unita: come la fenice risorgerà dalle ceneri verso l’immortalità» proietta il sogno american-italiano di una nazione unificata in un mito, una trascendenza politica che emana dalle rovine dell’antica Roma visibili in lontananza,
L’idea di una nuova Roma, di una nuova Italia e di rinnovati Stati Uniti postbellici – una associazione che è al tempo stesso nazionalistica, transtorica e transnazionale – è al cuore dell’ammirazione per Roma dell’America ottocentesca. Sebbene né gli Stati Uniti né l’Italia avessero completamente realizzato i loro ideali di unità nazionale e di rinnovamento, ognuno dei due paesi condivideva una visione comune, in base alla quale l’ordine sarebbe succeduto al caos, la civiltà avrebbe prevalso sui capricci della natura e sarebbe nata una civitas sul modello eccezionale della Roma classica.
Ognuna delle città che negli Stati Uniti portano il nome di Roma si considera, ne sono convinto, in qualche modo speciale, sebbene il suo nome la identifichi con una capitale straniera. Come a dire, insomma, che l’eccezionalismo non è poi così eccezionale e quei critici che vi hanno visto un «eccezionale» potere esplicativo rischiano di perdere di vista le qualità stesse che rendono le nazioni distinte eppure interdipendenti.

“il manifesto” 22 giugno 2011

Manager col badge. Anglicismi snobistici, inutili e sbagliati (Gian Luigi Beccaria)

Nella rete leggo per caso di un tal Porchietto, assessore in Piemonte per il popolo di Berlusconi, che avrebbe richiesto al governo un fondo per i “manager over50” rimasti disoccupati. La riflessione che segue, del professore Beccaria, dalla sua rubrica su “Tuttolibri”, mi pare quanto mai opportuna. (S.L.L.)
Porchietto
Che la parola straniera sia spesso usata perché fa più moderno, lo notava cent’anni fa il Panzini nel suo Dizionario moderno, per esempio alla voce francese chef. Rispetto a capocuoco - scriveva - «la parola francese ha presso di noi senso di eccellenza rispetto al consimile vocabolo nostro», «come tutti i monosillabi stranieri di aspro suono, sembra esercitare una specie di incanto su le nostre orecchie in confronto delle piane, equilibrate, armoniche, compiute parole di nostra lingua».
Del francese ha preso il posto oggi l’inglese. Ogni manager o persona in carriera usa anglismi a gogò perché altrimenti potrebbe essere tacciato di scarsa professionalità. E anglismi snobistici ed inutili si usano spesso coi sottoposti, fanno più professional. Nei convegni diciamo badge in luogo di «distintivo», o «targhetta di riconoscimento» perché fa più moderno.
L’eccesso conduce anche a commettere errori: penso all’insistente pronuncia anglicizzata /’steig’/ del francese stage, il periodo di tirocinio o di perfezionamento professionale presso un’Università o un’azienda.
Ma ora ci sono casi di attentati ben più gravi, quando penso all’adozione dell’inglese nell’insegnamento universitario. Si sostiene che soltanto così si preparano gruppi di allievi alla comunicazione internazionale. Ciò capita per ora soltanto per materie economico-finanziarie, ed anche in qualche Politecnico. Ci si sente parte di un’unica grande realtà globale che annulla le singole identità linguistiche.
Ebbene, vorrei che si meditasse sulle parole di Francesco Sabatini quando osserva: «Siamo certi che i docenti abbiano sempre la perfetta competenza linguistica per far lezione in inglese? La didattica non è automatica ripetizione di un sapere già codificato e verbalizzato in discorsi depositati nella nostra mente: è un momento, per il docente, di migliore esplicazione a se stesso e quindi di approfondito riesame delle conoscenze possedute, un’attività che esige spesso il ricorso improvviso alle risorse più fresche e creative del linguaggio, quelle alimentate soprattutto dalla pratica di una lingua liberamente usata in ogni circostanza della vita».

“La Stampa” 16 febbraio 2008  

31.5.12

I fottuti di Leopardi e Rossini (di Gian Luigi Becccaria)

Dalle “Parole in corso” del professore Beccaria una riflessione su neologismi e vezzi linguistici, piena di sapienti curiosità (S.L.L.)

Che nessuno sappia più che cos’è la cantabrina, quel tubo di gomma che previo risucchio eseguito con la bocca, ponendo in comunicazione due vasi contigui, è usato per travasare un liquido da un recipiente all’altro con percorso contrario a quello gravitazionale..., che nessuno dunque sappia che diavolo di parola sia mai, non stupisce proprio, neppure in tempi di luna crescente, adatti a travasare il vino dalla damigiana alle bottiglie. Ora sono piuttosto di nostra competenza le parole nuove che giornali, Tv, tecnica e informatica, ci propongono ogni giorno. Si vedano ad esempio nell’ultima edizione della Garzantina: aviaria, nanostrutture, cellule staminali, blog, blob, wikipedia, cuneo fiscale, i pacs, le quote rosa.
La politica soprattutto è stata in questi anni prodiga di parole nuove: sdoganare direi, nel senso figurato e specializzato di togliere un politico da una collocazione marginale e reintrodurlo a pieno titolo nel circuito attivo della politica che conta; nuova (comunque ha almeno dieci anni, visto che comincia nel ‘96 a diffondersi nel linguaggio giornalistico-politico) una parola come doppiopesismo, da cui doppiopesista per indicare chi di fronte a due o più comportamenti analoghi dà giudizi diversi; sembra recentissimo, eppure ha anch’esso almeno dieci anni di vita, un neologismo come cerchiobottista, riferito a chi dà un colpo al cerchio e uno alla botte, alla persona cioè che si destreggia tra posizioni opposte e non si schiera né per una né per l’altra parte. Risalgono a quegli anni parole nuove in -ista come debolista, il sostenitore del pensiero debole, e in -ismo, come quel qualcunismo (1993) poi scomparso, ma sono restati buonismo, cattivismo (1995), e malpancismpo, indisposizione dei malpancisti. Oggi c’è il tesoretto, domani non c’è più; c’è lo scalone, che il giorno dopo diventa uno scalino…
Dirò che a volte sembra un nuovo vezzo quel che invece è ben antico: apro la Tv e sento dire ad ogni piè sospinto «ora andiamo a condire l’insalata», «ora gli atleti vanno a tagliare il traguardo», «andiamo a vedere il filmato»: «andare» sembra diventato (ma accade da tempo) una sorta di nuovo verbo ausiliare. Così era sembrato modismo americano, introdotto dall’informalità dei giovani e dai doppiatori, quel fottuto che inzeppava ogni dire. In realtà lo si può notare già in una lettera di Rossini, «un fiasco fottuto», e in Leopardi, quel «fottuto paese».

"La Stampa", 4 agosto) 

Vittoria. L'altra faccia della sovrana celebre per la "pruderie" (Richard Newbury)

Ritorno sul tema della regina Vittoria e della doppia morale che probabilmente praticava di cui mi sono già occupato a commento di una biografia degli anni Ottanta dell’Ottocento.
(http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2010/09/la-regina-vittoria-era-vittoriana.html )
Questa doppiezza della longeva regina sembra confermata dalla più recente biografia di Richard Newbury e dalla mostra di Buckingham Palace del 2010 dedicata all’arte vittoriana, in cui non mancarono segni della passione della regina per i giochi sessuali. Riprendo qui la recensione della mostra che proprio Newbury fece per “La Stampa” di Torino. (S.L.L.)
Nella mia recente biografia La Regina Vittoria mi sono proposto di mostrare che questa appassionata regina non era affatto puritana, ma assolutamente capace di «deliziarsi». Un'ampia conferma di questo punto di vista arriva da Buckingham Palace con la mostra «Victoria and Albert Passionate Patrons: Art and Love». (Vittoria e Alberto mecenati appassionati: arte e amore), aperta fino a ottobre nella Queen's Gallery.
Vittoria e Alberto avevano avuto entrambi un'infanzia difficile. Vittoria aveva perso il padre a otto mesi e per tutta la vita avrebbe cercato figure paterne. In più sua madre e il suo amministratore - e amante - Sir John Conway cercavano di dominarla psicologicamente, sperando di accedere alla Reggenza. Fino al momento in cui divenne Regina, ad appena 18 anni, riuscendo a evitare la Reggenza per poche settimane, Vittoria non solo aveva sempre dormito nella camera di sua madre, ma non era mai uscita non accompagnata. Le sue prime parole, diventata regina, furono: «Finalmente sola!». Alberto, secondogenito del Duca Ernesto di Sassonia-Coburgo, era di tre mesi più giovane di Vittoria. Aveva una madre briosa che, non reggendo più le ripetute infedeltà del marito, aveva cercato consolazione nel ciambellano di Corte, il barone von Mayern. Quando Alberto aveva cinque anni i genitori divorziarono e lui non rivide mai più sua madre. Ebbe allora tentazioni suicide, come raccontò una volta a sua figlia Vittoria. La madre sposò l'amante e alcuni arrivano a pensare che Alberto, così sognatore e poetico, così poco Coburgo nel suo amore per le arti, fosse suo figlio.
L'analogia delle loro infanzie fece sì che Vittoria e Alberto cercassero la stabilità nella famiglia e nella fedeltà sessuale. Questo significò una famiglia numerosa - nove figli in 17 anni, una quantità di gravidanze che Vittoria patì molto - ma anche una vita sessuale entusiasmante. La ragazzina malinconica era stata capace di scegliere il più perfetto principe azzurro in quello che Bismarck chiamava «l'allevamento di stalloni d'Europa»: i Sassonia Coburgo.
Fu amore a prima vista. «Alberto è davvero molto affascinante e incantevole, con gli occhi azzurri e un naso squisito e una bocca così bella con i suoi baffetti delicati e poi leggere, leggerissime basette; una figura magnifica, spalle larghe e vita sottile; il mio cuore batte. Balla così bene e ha un aspetto davvero spettacolare». Notò pure le sue cosce muscolose dentro «stretti calzoni di cashemere (con niente sotto) e stivali alti». Quattro giorni più tardi fu lei a fargli la proposta di matrimonio perché era sicura che lui «non si sarebbe mai preso la libertà» di chiedere in moglie una Regina.
«Carissimo, adorato Alberto, io prego giorno e notte di poter essere sempre più degna di te, carissimo, carissimo Alberto», scriveva questa donna testarda, caparbia, ostinata, imperiosa, che ancora si struggeva per una figura paterna. La prima notte di nozze lo stallone si comportò magnificamente, come la fioritura di sottolineature, doppie sottolineature e lettere maiuscole nel diario di lei cerca di esprimere. È tutta una «beatitudine oltre ogni immaginazione», tutto è «gratificante e sbalorditivo al massimo». Tuttavia, quando Alberto espresse il desiderio di prolungare di due giorni la loro luna di miele, lei replicò: «Dimentichi, mio carissimo amore, che io sono la sovrana e che il lavoro non si ferma ad aspettarmi».
Questo inevitabile scontro di ruoli istituzionali nella monarchia e nel matrimonio si sarebbe risolto attraverso il linguaggio dell'arte, della musica e del teatro, che unirono Venere e Marte, l'aspetto sensuale e quello intellettuale. La splendida mostra di Buckingham Palace, carica di intimità, documenta come l'Arte - pittura, antichi maestri, disegno, architettura - fosse l'unico linguaggio che Vittoria e Alberto parlavano su un piano di parità, il solo capace di far quadrare il cerchio del loro matrimonio. Vittoria e Alberto si offrivano reciprocamente in dono opere d'arte. Per i suoi 24 anni lui ricevette «il dipinto segreto» della regina Vittoria, da appendere nel suo spogliatoio come «quadro preferito del mio caro Alberto»: lei in déshabillé, appoggiata a un cuscino cremisi, i capelli sciolti, le spalle nude, in una posa molto intima e seducente. Per i 23 anni di Vittoria, lui fece fare dallo scultore prussiano Emil Wolf una statua in marmo di se stesso raffigurato come guerriero greco, con un gonnellino corto, gambe nude e una Vittoria nuda appoggiata sulla corazza. La statua fu considerata così originale che nel 1849 ne fu fatta una copia, con un gonnellino più lungo e i sandali ai piedi.

“La Stampa”, 30/03/2010

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